venerdì 8 febbraio 2008

BURUNDI 2006

19.07.2006: Arrivo del gruppo all'aeroporto di Bujumbura



19.07.2006: foto del Presidente all'interno dell'aeroporto


5° GIORNO del viaggio in Burundi: Domenica 23 Luglio 2006


(a cura di Angelo De Munari)

Dopo aver visitato la “Domus WITAR”, incontrato le autorità locali – Vicario generale della Diocesi, il Governatore, l’Amministratore comunale e il Direttore provinciale dell’insegnamento - ed effettuata la visita al “Lyceè Technique A. Rossi” con la consegna dei diplomi, inizia l’esplorazione di questo meraviglioso Paese africano avente come prima meta la nuova parrocchia di BUGWANA posta alla quota di circa 1500 metri.




Ci alziamo di buon’ora e dopo aver fatto colazione all’albergo CAMUGANI di Ngozi saliamo nel pulmino-fuoristrada, guidato dal simpatico “Valerie”, per andare a visitare il nuovo centro parrocchiale fondato dal vicentino don Antonio Ghiotto originario di Creazzo e missionario in Africa da oltre trent’anni.

Il percorso non è più asfaltato e la temperatura si aggira sui 16°; ci inerpichiamo su di una strada sterrata di colore rosso. Cominciamo a respirare quella strana polvere rossa che ad un mese di distanza ci manca perché ha riaperto nella nostra memoria una finestra che avevamo chiuso. Sono i ricordi della nostra infanzia quando anche noi giravamo a piedi scalzi o in bicicletta per portare il latte appena munto alla Latteria dei nostri paesetti di campagna inalando la stessa polvere (bianca) sollevata dai carri agricoli e dai primi autoveicoli.

Tra uno scossone e l’altro osserviamo dai finestrini semiaperti il meraviglioso fondovalle. Ci rendiamo conto che il viaggio che abbiamo intrapreso non è quello dell’Africa del turismo, della razionalità e della logica: è un’Africa dai colori ed immagini forti, con tutte le sue contraddizioni.

Cominciamo a capire che questo è un percorso in equilibrio tra presente e passato, dove si vive la memoria stessa dell’Africa, dove si impara a guardare con il cuore, dove la natura infinita segue il destino dell’uomo e dove per l’uomo è più facile parlare con Dio.

Iniziamo a scrutare, tentiamo di capire e sognare sempre la stessa cosa, ovvero quella strada palcoscenico su cui si svolge la vita dei Burundesi, dove bambini, ragazzi e donne dai vestiti coloratissimi vanno e vengono e che durante le brevi soste nei villaggi ci sciamano attorno come api negli alveari.

Abbiamo difficoltà a capire che questo continuo movimento di persone rappresenta per loro il quotidiano, ovvero la loro sopravvivenza fatta di piccole azioni quali il procurarsi l’acqua, la dose quotidiana di cibo, il carbone per la cottura dei cibi, i materiali per la costruzione della casa e gli animali da vendere al mercato.

Mano a mano che il pulmino avanza ci accorgiamo che quello davanti a noi è un paesaggio primordiale, lo stesso che è apparso, nel loro incontro, a Stanley e Conrad ai confini dell’allora mondo sconosciuto.





Qui il concetto di tempo è diverso: gli orologi africani non hanno la stessa velocità di quelli vicentini, padovani e friulani.

Arriviamo a BUGWANA alle 10.30 accolti calorosamente da don Bruno il quale si sta preparando per la S. Messa. Scambiati i saluti e fatte le presentazioni di rito e datoci il benvenuto dall’altro confratello ci avviamo verso la Chiesa per assistere alla cerimonia religiosa celebrata in Kirundi.

Entriamo in uno stabile, parzialmente interrato, che assomiglia ad una tipica “barchessa” veneta con tetto a due falde, pilastri in mattoni, capriate in legno e manto in coppi.
Ad uno sguardo attento si può notare l’ampliamento della stessa, resosi necessario per l’aumento dei parrocchiani, realizzato con materiali più “tecnologici” quali capriate in acciaio e manto in lamiera zincata.



































Abbiamo preso posto sul lato destro dell’altare leggermente rialzato che ci permette una visuale completa sull’intera assemblea.

Quello che ci è apparso ai nostri occhi è stato qualcosa di indescrivibile: uno sciame di teste rasate e semilucide di bambini, ragazzi e madri che sulla schiena portano, avvolti in un telo, i loro piccoli.

Tutti i partecipanti sono attenti, con uno sguardo solare reso ancora più bello dagli intensi colori dei vestiti; nessun dei bambini piange. La Messa è una grande festa come se si assistesse ad un matrimonio dove si canta e si balla al suono dei tamburi.

Al nostro freddo linguaggio delle parole qui vediamo anche quello del corpo che rende il tutto un evento inedito per la nostra cultura ovvero un’esperienza unica perché ne siamo inaspettatamente coinvolti.

Alla fine della liturgia vi è un’insolita appendice: ai piedi dell’altare si avvicendano i vari capi villaggio per dare le informazioni settimanali riguardanti aspetti sociali, economici e produttivi della locale comunità alla pari di un “albo pretorio orale”.

Vengono fornite notizie sulla scuola, sugli eventi religiosi quali i battesimi, sulle colture agricole, sulle future semine e sulla raccolta dei cereali.

Terminata la Messa usciamo nel sagrato costituito da un ampio sterrato dove conversiamo con i parrocchiani grazie alla traduzione di don Bruno dal Kirundi all'Italiano.

Visitiamo inoltre un’aula dove si tengono venivano tenuti dei corsi di alfabetizzazione per giovani ed adulti in concomitanza della festività domenicale.

Parecchi di noi hanno l’opportunità di prendere in braccio bimbi ancora in fasce per una foto che ci lascia sgomenti e con un forte nodo alla gola al momento della restituzione dei piccoli alle loro madri.





L’atmosfera che si è creata ci pone delle domande a cui non siamo in grado di rispondere: perché questa disparità? perchè pur nella loro dignitosa povertà nessun bambino piange anzi tutti loro sono sereni mentre noi oggi più che mai non riusciamo più ad esserlo? C’è bisogno di vivere questa diversità che ci rende impotenti e ci annichilisce per riuscire a capirla.

Rientriamo nella casa-canonica di don Bruno dove ci viene offerto il pranzo a base di prodotti locali: maccheroni, banane fritte, pollo arrosto e bibite analcoliche ricavate da altri frutti esotici, quali per esempio l’ananas.
Questo momento conviviale con don Bruno è un’occasione per condividere assieme a Lui la nostra esperienza in terra d’Africa. Egli vive qui da oltre sei lustri lavorando in prima linea a favore di questo popolo molto meno fortunato di noi, sfidando la malaria che qui rappresenta una condizione di vita con la quale si è costretti a convivere e che a noi occidentali risulta difficile accettarne l’esistenza alle soglie del terzo millennio.


Ci eravamo dimenticati che al momento dell’Unità d’Italia la malaria gravava come un macigno sui destini del nostro Paese lungo il Po, nella Maremma, nella campagna romana e in Sardegna. Le statistiche dell’epoca registrano una media annua di circa 11 mila morti tra i quali Anita Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour.

La prima strategia adottata per debellare tale malattia fu quella delle opere di bonifica con scolo delle acque. Famosa quella dell’Agro Pontino, alle porte di Roma, eseguita da Mussolini durante gli anni trenta e conclusasi con la costruzione delle nuove città di Littoria, Pontinia e Sabaudia, orgoglio nazionale dell’architettura razionalista italiana.

L’Italia era l’unico Paese europeo avanzato costretto a fare i conti con un male che i ricercatori francesi ed inglesi stavano studiando nelle loro colonie in Africa. La fierezza nazionale è stata all’origine dei successi della “Scuola Malariologica Italiana” dando un contributo fondamentale alle scoperte sul “plasmodio”.
La guerra contro tale flagello fu impostata su più fronti: bonifiche idrauliche, lotta alle zanzare nei vari stati di sviluppo, cura col chinino, e profilassi meccanica.

Tale guerra fu vinta grazie anche all’alleanza tra scienza e politica e ad una mobilitazione delle istituzioni e delle forze sociali. A debellare completamente intervenne una nuova arma, il potentissimo “DDT”.

Negli anni ‘60 del cosiddetto “miracolo economico” non se ne ricordavano nemmeno i medici. Unica eccezione fu la morte di Fausto Coppi nel 1960 dovuta ad un ritardo della diagnosi. Ritengo pertanto che metodi analoghi possano essere applicati anche nel Burundi e negli altri Paesi africani sfruttando anche gli ultimi sviluppi delle conoscenze mediche.

Il problema purtroppo non dipende dagli Africani ma da noi occidentali e consiste nella resistenza delle multinazionali ad investire in queste parti del mondo poco “appetibili” e a fare un passo indietro sulle normative dei brevetti per poter fronteggiare sia le vecchie che le nuove emergenze, quale l’AIDS.

La battaglia può essere vinta mettendo in atto l’accesso gratuito e universale ai farmaci innovativi con l’aiuto delle potenze occidentali in considerazione anche del fatto che durante il periodo coloniale si sono arricchite e che tale gratuità non rappresenterebbe altro che la restituzione di parte del maltolto.
A conferma che in Burundi la malaria fa parte del quotidiano don Bruno ci riferisce di avere appena superato l’ennesimo attacco curato con il chinino e riposo a letto.

Questo missionario ci appare con un vero apostolo di pace e serenità perché con il suo lavoro ed il suo esempio riesce a lenire le avversità quotidiane di questo popolo.

Terminato il pranzo usciamo assieme per una passeggiata lungo il fondovalle (marais) dove è stata appena completata la raccolta del riso e dove una giovane donna sta raccogliendo i semi del mais-zuccherino dispersi lungo lo sterrato.


Il “marais” è un vero paradiso terrestre (a prescindere dalle zanzare) perché rappresenta la terra più fertile e ricca d’acqua proveniente dallo sgrondo delle colline circostanti e tale da prestarsi a qualsiasi tipo di coltura cerealicola e orticola.
In questo periodo si sta dissodando il terreno per preparare le semine di settembre con l’unico attrezzo: la zappa, usata essenzialmente dalle donne.

Sono del parere che per poter migliorare le condizioni di vita di questa gente si debba partire dalla scolarizzazione soprattutto delle ragazze perché sta avanzando un nuovo fermento di lavoro e di vita che ha il volto di donna. Solo così si potrà costituire un tessuto associativo che realizzerà quel primario motore di sviluppo permettendo al Burundi, come anche alle altre nazioni africane, di riscattarsi e gestire il suo futuro. Dovrà quindi seguire il perfezionamento dell’agricoltura e degli allevamenti, attivando vere aziende agricole in modo da passare dalla zappa alla meccanizzazione con trattori e motocoltivatrici come già realizzato e constatato nelle piantagioni del tè a Nwegura.
































Le potenzialità sono enormi, il terreno è fertilissimo, si produce riso, girasole, patate, mais, arachidi, caffè, tè, banane, ananas ma per il resto manca tutto.
C’è la necessità di realizzare aziende professionalmente preparate che costituiscano un forte riferimento sul territorio tramite cooperative locali autoctone in modo da coinvolgerli nella valorizzazione del loro territorio aiutandoli con i loro metodi.

A noi occidentali spetta il compito di curare la loro formazione ossia spiegare loro come si possa lavorare senza snaturare la loro tradizione e la loro cultura; ad esempio si potrebbe utilizzare il dopomessa - allorquando arrivano in massa - unitamente ai corsi di alfabetizzazione, per far scuola di agricoltura e di allevamento con una nuova filosofia produttiva che permetterebbe di fornire cibo a tutti in abbondanza e di creare una rete commerciale di prodotti agricoli.
Per far questo c’è bisogno di costruire dei magazzini per conservare i prodotti senza lasciarli alle mercè dell’inclemenza del tempo, degli animali e degli insetti.
Bisogna inoltre governare le acque del “marais” costruendo dei bacini utilizzabili sia per una più razionale irrigazione sia per la produzione di energia di cui il Paese è nettamente deficitario convinti più che mai che lo sviluppo del Paese non può non passare attraverso l’energia elettrica.

Per tale formazione noi vicentini potremmo appoggiarsi ai periti agrari della nostra provincia e pensare di formarne in futuro sul posto assieme ai periti tecnici del liceo di Ngozi.

E’ fondamentale partire dalle necessità primarie tramite progetti che siano realmente spendibili in loco in modo da rendere l’azienda autosufficiente e farla diventare un punto di riferimento sul territorio. Tutto ciò lo sta eseguendo la WITAR per il liceo tecnico di Ngozi nel campo dell’istruzione e il progetto del VISPE a Mutoyi.


La creazioni di nuove realtà produttive così come previsto dallo statuto della Witar potrebbero essere realizzate anche dando la possibilità a giovani volonterosi burundesi, con una buona preparazione scolastica, di venire nel nostro Nord-Est per confrontarsi con il modello tipico dell’”impresa-famiglia” studiando e lavorando in realtà produttive con cui avviare, una volta instaurato un rapporto di fiducia, nuove aziende nella propria terra d’origine, non escludendo a priori anche il terziario turistico una volta superata l’emergenza sanitaria.



Tali aziende potrebbero nascere attraverso delle “joint-venture” con nostre imprese in modo da diventare protagonisti a casa loro senza ricorrere ad effimeri sistemi di sostentamento da beneficenza come purtroppo si assiste.

La nostra maggiore difficoltà è quella di capire che queste popolazioni sono nate raccoglitrici e non produttrici, allevatrici o trasformatrici, per cui bisogna tener conto di questo vissuto ultramillenario che non può essere cambiato senza stravolgimenti e senza il rischio di creare bisogni che non potranno mai essere soddisfatti. Si deve imparare a vivere con loro, nella loro semplicità coinvolgendoli, senza usar loro violenza, ricordando che lo dobbiamo fare mossi da un vero amore per il Burundi e non per liberare e pulire la nostra coscienza. Si può e si deve fare di più: questo deve essere il nostro dovere di occidentali.

Perché questo miracolo possa avverarsi è necessario anche che ci sia dall’altra parte una maggiore presa di posizione del Governo locale che deve monitorare i reali bisogni , tra cui va ricordato quello sanitario, in modo che i progetti delle varie ONLUS o ONG siano correttamente incasellati e valutati al fine di evitare sprechi di risorse e sovrapposizioni come purtroppo tutt’oggi avviene.

E’ necessario che le stesse Autorità governative applichino una politica di rifiuto della mendicità che non è avversione ai soccorsi indispensabili ma rifiuto dell’aiuto che aliena, che genera dipendenza e toglie identità.

L’escursione a Bungwana continua con la visita ad una delle fornaci di coppi di don Bruno ubicata lungo la strada del ritorno. Le tegole - riservate solo a quelle persone che hanno la possibilità di pagarle - vengono prodotte con una tecnica artigianale usando le argille prelevate dal “marais”; non viene utilizzata alcuna attrezzatura meccanica (molini) per l’impastatura e (trafila) per la formazione così come visto nella fornace di Mutoyi.

I coppi di don Bruno stanno sostituendo la classica copertura con paglia e foglie di banano delle tipiche abitazione rurali burundesi. Queste case articolate su un unico piano presentano una pianta rettangolare variabile da 6 a 20 metri quadrati con altezza media di circa 2 metri con tetto a due falde. Le murature perimetrali sono realizzate con mattoni crudi ricavati nel posto impastando con acqua la terra argillosa dal tipico color rosso per la presenza di ferro e lasciandoli essiccare al sole.

Molto interessante è stata la dimostrazione pratica della preparazione dei coppi fatti a mano partendo da uno stampo trapezoidale dello spessore di 2 cm all’interno del quale viene stesa la “sfoglia di argilla” tramite un matterello in legno.
















La suddetta sfoglia viene staccata dallo stampo tramite un incisione perimetrale con una sottile lama d’acciaio.

Successivamente la stessa viene coricata su uno stampo troncoconico in legno fatto a mano per farle assumere la tipica forma curva del coppo e messi ad essiccare per alcuni giorni. Infine vengono ripresi e riposti nel forno a tunnel di tecnologia belga.

La cottura avviene ad una temperatura di 600-700° sfruttando il calore prodotto dalla combustione di tronchi di legno reperiti in loco. Dopo la cottura che dura dalle 24 alle 36 ore le tegole dalle colorazioni che vanno dal giallo al rosso a secondo dei minerali contenuti vengono rimosse, accatastate all’aperto e pronte alla vendita.

La visita alla fornace si è conclusa con una personale formatura di una tegola che è stata marchiata e datata, a ricordo della nostra visita, con la promessa di riprenderla durante il prossimo viaggio in Burundi.

L’ultima tappa della giornata si è conclusa con la gita in piroga (tipica barca ricavata scavando a mano un tronco d’albero di eucalipto) sul lago degli Uccelli dove siamo protagonisti di uno spettacolo unico della natura.



Ci sembra di essere sospesi nel nulla a causa dell’ampiezza del lago il cui colore grigio delle acque si confonde con il cielo plumbeo, ovattando e dileguando le forme lontane.

Ascoltiamo il sibilo dell’acqua squarciata dalla piroga, il gracchiare dei corvi e delle cornacchie, il cinguettio del Martin pescatore, il gracidare delle rane sotto un cielo prossimo all’imbrunire che promette pioggia, tanto da costringerci a ritornare a riva anche per il levarsi del vento; il cineoperatore Giovanni ha appena il tempo di immortalare con la sua telecamera questa natura incontaminata costituita da una calotta sferica di cielo e acqua.

Gli indigeni manovratori, pagaiando con perizia, impediscono il ribaltamento della piroga sottoposta ad un brusco e pericoloso moto ondoso.

Paolo, il nostro accompagnatore, approfitta del rientro anticipato per farci appollaiare su dei tronchi di legno in riva al lago. Ammiriamo l’insolito paesaggio mentre ci legge una sua originale poesia il cui testo è inaspettatamente in sintonia con la brezza dei luoghi che ci rapisce e avvolge come in un sogno fantastico al calar della luce.



“CREPUSCOLAGO” (P. Brunello)

Il sole ci saluta di lontano, andandosene pacioso dietro la collina, e lascia il posto alla notte. Lei, con la stessa sapiente calma, si insedia, come un'elegante signora che nonostante l'età, porta ancora fiera i suoi colori, consapevole del suo fascino immortale.

Il lago, suo tremulo specchio, zelante le si presta.
E sono sagome scure, silhouette silenziose che popolano la scena: diligenti formazioni di ibis lisciano il cielo tra sbuffi di nuvole impassibili e distanti, mentre qualche piroga si muove con discrezione sul lago di mercurio.
Poco sopra di loro, un martin pescatore si libra, nervosamente immobile prima di precipitarsi verso la superficie, che solo sfiora, quasi una finta, come se il freddo dell'acqua gli avesse fatto cambiare idea su quel tuffo già in corso, e in barba alla gravità se ne torna su, leggiadro e spavaldo.
Intorno suoni, tanti suoni, e rumori: versi d'uccelli, tintinnii, scricchi, gracidii, fischi, fruscii... segni di vita nascosta, presenze invisibili. Saliamo cauti sul quel tronco scavato che ci dicono galleggi e seduti su cuscini di frasche fresche ci immergiamo ancor più in quella scena: i gomiti a pelo d'acqua, siamo cullati dallo sciabordio lento e regolare del remo che ci sospinge sempre più dentro a quel dipinto.
Solchiamo chiazze di ninfee che carezzano il legno dello scafo, ruvidamente. Nessuno osa disturbare con i propri suoni il concerto in atto: puri ricettori, tentiamo di dissolverci in quell'estasi.
Perfino il rumore del remo diventa fastidioso: è artificiale. SSSsss... silenzio: la piroga scivola sciolta, in sospensione sul mondo, e noi sospesi dal mondo. La volta del cielo è sempre più blu, più rotonda, più gonfia: si direbbe che la sottile falce della luna l'abbia incisa, come un minuscolo spiraglio verso un al di là di pura luce.

All’imbrunire risaliamo nel pulmino per raggiungere l’hotel Nterere di Muyinga, di proprietà della locale Diocesi, per la cena ed il pernottamento.

Il finale di questa tappa ci riserva due eccezionali esperienze: il bagno africano (doccia con il secchio d’acqua) ed il “buio buio”.
Quest’ultima è stata la più affascinante perché noi occidentali non riuscendo più ad ottenerlo non lo possiamo gustare se non in grotta quale il “Buso della Rana”.

Basti pensare che a causa dell’inquinamento luminoso l’osservatorio astrofisico di Asiago dovrà cambiare sede perché lo sviluppo antropico dei luoghi compromette le osservazioni e gli studi della volta celeste.
L’intensa giornata si conclude con la cena serale in un ristorante del luogo poco lontano dall’hotel. Alle 22.00 viene a cessare la fornitura dell’energia elettrica e per entrare nelle rispettive camere, dotate di letto singolo una piazza e mezzo perché la camera matrimoniale è ritenuta offensiva dalla morale corrente, dobbiamo ricorrere all’uso di torce meccaniche.